Filotimo felpa leggera estate

NON TUTTE LE LANE SONO UGUALI!

La lana: una fibra antica e nobile, dalle infinite proprietà ma che spesso porta con sé fraintendimenti riguardo la sua filiera.

Se è vero infatti che la tosa della pecora è necessaria per garantire all’animale un’adeguata qualità di vita, è altrettanto vero che negli allevamenti, dove il principale scopo è il profitto derivato dalla vendita della lana, le pratiche utilizzate non sono quasi mai volte al benessere dell’animale e anzi, talvolta sono delle vere e proprie barbarie.

Cos’è il MULESING?
IL MULESING È UNA PRATICA UTILIZZATA NEGLI ALLEVAMENTI DI PECORE MERINOS (SOPRATTUTTO IN AUSTRALIA) CHE CONSISTE NELLA RIMOZIONE DELLA PELLE DELLA ZONA ANALE E PERIANALE DEGLI ANIMALI VIVI, FATTA SENZA ANESTESIA E RILASCIANDO, DOPO L’INTERVENTO, GLI ANIMALI MUTILATI SENZA NESSUNA CURA.
Ma perché si utilizza questa pratica terribile?

La pecora merino, per sua conformazione, presenta una pelle molto rugosa e per questo ricca di lana; nella zona perianale le pieghe cutanee sono particolarmente accentuate. Questa parte del vello inoltre è sempre sporca e umida a causa delle deiezioni ed è quindi il terreno ideale per la deposizione di uova delle mosche carnarie. Da queste uova nascono delle larve che, causando importanti infezioni all’animale, possono portare a gravi conseguenze. Tali infezioni inoltre, costringono gli allevatori a scartare una gran quantità di lana, con pesanti ripercussioni sui loro introiti.

Le infezioni possono portare le pecore alla morte, ma è altrettanto vero che anche la pratica del mulesing può portare alla stessa sorte. Lo scopo di questa tecnica infatti non ha l’obbiettivo di salvare la vita dell’animale ma piuttosto di tutelare la produzione di lana. La valutazione che viene fatta è quindi molto pratica: Se l’animale supera il trauma del mulesing, una produzione di lana buona e pulita sarà assicurata per tutta la sua vita.

Il nome Mulesing deriva da John WH Mules che per primo studiò questo tipo di mosca e propose questa pratica come soluzione al problema.

Questa pratica è diffusa soprattutto in Australia (e in qualche zona dell’Asia), dove sono particolarmente diffuse queste mosche e dove il clima caldo e umido ne favorisce la prolificazione nelle zone a rischio dell’animale. A questo punto probabilmente ci sarebbe da chiedersi quanto l’azione dell’uomo abbia favorito il problema. Nel tempo infatti sono state selezionate le razze di pecora più ricche di lana creando un eccesso di pelliccia che non è volto al benessere dell’animale ma ad un interesse puramente economico legato all’allevamento intensivo. Inoltre queste povere pecore vengono allevate in un luogo che, per la particolare conformazione climatica, non sarebbe adatto a tale scopo. Per darvi l’idea di quanto il clima possa influire, le pecore allevate in sud america non sono sottoposte alla tecnica del mulesing semplicemente perché il clima freddo non consente la presenza della mosca carnaria.

Molte associazioni e produttori di filati si stanno unendo contro tutto questo, ma dispetto degli sforzi per mettere fine a questa pratica l’industria laniera australiana continua a fare finta di niente. Come riporta Wikipedia: “L’associazione australiana dei veterinari riconosce che il mulesing non è la soluzione ideale, ma lo giudica un necessario compromesso tra “un’operazione dolorosa sul momento per l’animale, ma con dei vantaggi a lungo termine sul suo benessere”, un’opinione condivisa dalla “Società reale per la prevenzione della crudeltà contro gli animali” australiana. L’associazione dei veterinari australiani appoggia fortemente “lo sviluppo e la messa in pratica di soluzioni meno dolorose”.

L’associazione australiana dei veterinari riconosce che il mulesing non è la soluzione ideale, ma lo giudica un necessario compromesso tra “un’operazione dolorosa sul momento per l’animale, ma con dei vantaggi a lungo termine sul suo benessere”, un’opinione condivisa dalla “Società reale per la prevenzione della crudeltà contro gli animali” australiana. L’associazione dei veterinari australiani appoggia fortemente “lo sviluppo e la messa in pratica di soluzioni meno dolorose”.

Ovviamente le soluzioni meno dolorose esistono ma impongono attenzioni e cure nei confronti degli animali che riducono i guadagni della vendita della lana. L’unica soluzione è orientarsi verso un tipo di allevamento più accurato e rispettoso, volto al benessere degli animali e non alla quantità di prodotto. Il mulesing ha numerose alternative tra cui l’adozione di tosature e disinfestazioni localizzate e l’utilizzo di speciali morsetti in plastica che riducono incruentemente la formazione delle pieghe perianali. Gruppi di allevatori stanno inoltre selezionando varietà di pecora Merino prive di quelle pieghe cutanee che favoriscono l’infestazione da larve.

Clips. Fonte: Supplied By AWI

Anche se in Europa questa pratica è vietata l’Australia esporta il quasi il 90% della lana Mondiale. Se volete essere certi che la lana che indossate sia Mulesing Free quindi dovete far riferimento a produzioni locali o a produttori certificati. Dal 2018 inoltre la Nuova Zelanda ha proibito l’uso del mulesing ma per essere certi del tipo di lana che si va ad acquistare meglio fare riferimento alla certificazione ZQ Merino che oltre a tutelare l’animale garantisce sicurezza per i lavoratori, qualità della materia prima e rispetto per l’ambiente.

Nella scelta di un capo in lana è quindi importante conoscere la provenienza e non limitarsi alla lettura dell’etichetta che, nonostante sia importantissima, spesso non ci fornisce tutte le informazioni necessarie a scegliere con consapevolezza. Privilegiare aziende trasparenti ci garantisce di indossare capi che non hanno causato sofferenze agli animali, disagi ai lavoratori ed eccessivi danni all’ambiente.

Un’ultima cosa che vi invito a fare è quella di non generalizzare: la lana non è sempre buona ma non è nemmeno sempre associata a crudeltà e sofferenze. Al di là dei grandi allevamenti, ci sono realtà locali che utilizzano lane di qualità provenienti da piccole greggi gestite nel pieno rispetto della natura e dei suoi ritmi. Non escludete a priori una fibra che ha un enorme potenziale di benessere, cercate di informarvi per poi fare la scelta più adatta a voi. Se la vostra decisione di non utilizzare la lana deriva dalla preoccupazione riguardo i maltrattamenti animali, vi chiedo inoltre di riflettere sul fatto che non è detto che le alternative alla lana siano più “rispettose”. Le fibre sintetiche sono ricavate dal petrolio e non serve certo ricordare tutti i danni ambientali causati da questo settore. Inoltre, anche nella manutenzione del capo i problemi continuano perché molte fibre, ad ogni lavaggio, rilasciano microplastiche estremamente dannose che si riversano nei mari con le conseguenze che tutti conosciamo. Una felpa garzata in cotone tradizionale ha rilasciato nell’ambiente una quantità incredibile di pesticidi e agenti chimici per arrivare a noi, ha causato problemi di salute ai lavoratori del settore, inaridito terreni, inquinato falde acquifere, prosciugato bacini idrici. Se invece la felpa è in cotone biologico sicuramente i danni sono di gran lunga inferiori ma è comunque un prodotto che ha percorso migliaia di km per arrivare a noi…siamo davvero sicuri che questi prodotti siano un’alternativa più etica rispetto al maglione fatto a mano dalla signora che abita sulle colline vicino alla nostra città e che alleva da sola le pecore? Lascio a voi la risposta!

Tutto questo non vuole entrare nel merito delle scelte personali che ritengo sempre legittime e non discutibili, è solo una riflessione sui mille aspetti che si nascondono dietro ogni materiale e che ritengo sia giusto conoscere.

 

Gloria